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la memoria di orani
  Orani: banditi, diligenze ed aule di giustizia
 

Tra il 1833 e il 1839 l’editore Maspero di Torino pubblicò il Dizionario Geografico – storico – statistico – commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna che venne curato dal professor Goffredo Casalis, “dottore di belle lettere” come viene citato nel frontespizio dell’opera. Nel Dizionario, ovviamente, sono ampiamente trattati i territori sardi, con dettagliate notizie per ogni singolo comune. La parte relativa alla Sardegna, compilata da Vittorio Angius (1797 – 1862), costituisce circa un terzo dell’intera opera.

Il capitolo che riguarda Orani è ampio e dettagliato e ben 17 pagine sono dedicate ad analizzare in maniera precisa gli aspetti civili ed economici del paese. Apprendiamo così che in quel tempo Orani era capoluogo del mandamento di cui facevano parte Sarule, Oniferi, Ottana e Orotelli e che contava 1840 abitanti. Il Dizionario ci informa anche che otto famiglie erano nobili e che a Orani vi erano “4 avvocati, 3 dottori in medicina, 1 dottor chirurgo, 2 farmacisti, 2 flebotomi, 10 preti, 5 notai”. Scorrendo l’articolo su Orani veniamo a sapere anche che 330 persone si dedicavano all’agricoltura, che tra stabili e girovaghi vi erano 17 commercianti, che nelle case funzionavano 240 telai e che ben 370 persone erano dedite alla pastorizia. E la pastorizia, apprendiamo, poteva dare frutti maggiori se, come riporta l’Angius, “… il furto del bestiame cessasse.” Secondo Angius “I pastori nuoresi, olianesi, orgolesi e mamojadini, sdegnati perché sia vietato a’ loro branchi di entrare ne’ salti di Orani, oprano ostilmente sempre che posson farlo, e si vendicano con la rapina del bestiame grosso e minuto.”

I motivi di scontro con i comuni vicini, è risaputo, avevano origine dalla cosiddetta Legge delle chiudende che, permettendo la chiusura da parte di privati dei terreni di libero pascolo, intorno al 1830 aveva innescato scontri violenti tra le diverse comunità. Gli oranesi, si distinsero nell’osteggiare tale legge, soprattutto quando vi fu il tentativo di alcuni signori nuoresi di appropriarsi di territori di Orani. D’altronde non potevano aspettarsi altra reazione visto che, sempre secondo quanto scrive l’Angius, gli oranesi erano “… Animosi per farsi rispettare…” e che “era tanta la potenza dei suoi popolani, che le genti d’intorno e gli stessi audacissimi barbaricini si guardavano da provocarli…”.

Questo aspetto del carattere venne colto anche da Grazia Deledda che, in un brano di Cenere, descrive la figura di “… Pilatu Barras, il bandito d'Orani, che aveva il naso d'argento perché il vero glielo aveva portato via una palla…”. Pilatu Barras, che faceva parte di una compagnia di 60 uomini capeggiati dal bandito Corteddu, riuscì a convincere gli uomini ad andare avanti nonostante le incertezze dell’impresa prospettate dal capo. Corteddu disse: “… Fratelli miei, i segni del cielo non sono per noi propizi. L'impresa riuscirà male; inoltre sento l'odore del tradimento; credo che la guida sia una spia. Facciamo una cosa: sciogliamo la compagnia; vuol dire che l'impresa si farà un'altra volta". Molti approvarono la proposta, ma Pilatu Barras, disse: "Fratelli in Dio", egli usava sempre dire così, "fratelli in Dio, io respingo la proposta. No. Se piove non vuol dire che il cielo non ci protegga: anzi un po' di disagio fa bene, abitua i giovani a vincere la mollezza. Se la guida ci tradisce la ammazzeremo. Avanti, puledri!". Corteddu scosse la testa di leone, mentre un altro bandito mormorava con disprezzo: "Si vede che colui non può fiutare!". Allora Pilatu Barras gridò: "Fratelli in Dio, sono i cani che fiutano, non i cristiani! Il mio naso è d'argento e il vostro è di osso di morto. Ebbene, ecco che cosa io vi dico: se noi sciogliamo ora la compagnia sarà un brutto esempio di viltà; pensate che fra noi ci sono dei giovani alle prime armi; essi non chiedono che di spiegare la loro abilità come si spiega una bandiera nuova; se ora invece voi li mandate via, date loro esempio di vigliaccheria, ed essi ritorneranno fra la cenere dei loro focolari, resteranno oziosi e non saranno più buoni a niente. Avanti, puledri!". Allora altri capi diedero ragione a Pilatu Barras e la compagnia andò avanti.” (Grazia Deledda, Cenere, Milano, Fratelli Treves editori, 1920).

Oranesi, dunque, conosciuti per come si facevano intendere. E i sistemi per farsi rispettare, a volte non erano dei più ortodossi se, come scriveva Raffaello Marchi, era famosa “S’istrale ‘e Orane – un’imprecazione con la quale si augura una morte simile a quella che si dà a Orani quando si uccide con la scure”.

Orani, comunque, nel bene e nel male era perfettamente in linea con i paesi del Nuorese e della Barbagia; paesi che davano origine a quella “zona delinquente” teorizzata da Alfredo Niceforo alla fine dell’ottocento (Alfredo Niceforo, La delinquenza In Sardegna, Sandron, Palermo 1897).

Così, in quel tempo, anche Orani aveva i suoi fatti criminosi: il primo sequestro di persona a scopo di estorsione, nel maggio del 1875, riguardò il nobile Antonio Meloni Gaia di Mamoiada che venne catturato mentre accudiva la sua vigna. Trasportato sul monte Gonare riuscì a slegarsi e fuggire nonostante le fucilate dei sequestratori. Anche il triste primato di un fallito sequestro di persona concluso tragicamente con un omicidio, riguarda un oranese. Il 21 agosto 1876, infatti, il nobile Antonio Siotto Pintor si oppose ai sequestratori e morì per “mano assassina”.

I “Banditi” oranesi, comunque, non erano tanti se, nell’elenco dei latitanti dal 1897 al 1899 pubblicato da Elettrio Corda nel volume La legge e la macchia (Rusconi, Milano 1985), sono riportati sette latitanti oranesi tra i nomi di 197 ricercati in tutto il circondario. Tra i latitanti oranesi quello che ebbe maggior fama fu Giovanni Noli-Coi, noto per i proclami che era solito emanare. Per danneggiare i suoi rivali, infatti, e seguendo l’uso allora abbastanza diffuso di pubblicare bandi intimidatori affissi ai portoni delle chiese, si rivolgeva così ai compaesani: “Vieto nel modo più asoluto di prendere in afito i terreni di Giovanna Piredda, sotto pena di persequzione e proibisco a questo per la volta seconda di coltivare i terreni e prendere i fruti dei proprietari Lostia soto pena di morte sucura”. Non conosco l’esito del bando: di sicuro il risultato grammaticale non era dei migliori. Lo stesso stile appare anche in un altro bando del Noli-Coi: “Autorità deve metere subito entro questo mese febraio in libertà la ditenuta Maria Potedda per mancato omicidio Siotto Cuccu ed è completamente innocente perché garentisco io prenderò provedimenti nel caso che lei non venga liberata”. I proclami in questione prendevano di mira i proprietari terrieri Lostia di Orotelli e Siotto Cuccu di Orani dai quali, evidentemente, il Noli-Coi pensava di aver subito qualche torto.

Proprio in quegli anni, Orani fu teatro di un paio di avvenimenti di cronaca che crearono un certo scalpore. Il primo fatto si verificò il 20 agosto 1895 quando la corriera (a cavalli) venne assalita, in località Ponte ‘e sas Bognas. I dodici malviventi, in brache corte tipo orgolese e mamoiadino, svaligiarono 4 viaggiatori e asportarono i sacchi postali che contenevano 1500 lire. L’immediato allarme diede vita ad una gigantesca caccia all’uomo che si concluse dopo un paio di giorni con l’uccisione di uno degli autori della rapina, Giovanni Maria Pinna di Sedilo. Tutta la vicenda creò grande scalpore perché il Pinna, nonostante l’assedio di oltre 300 tra carabinieri e barracelli, prima di essere ucciso, colpì mortalmente due persone: Luigi Pirisi, capo dei barracelli di Orani, e il carabiniere Francesco Mameli di Cagliari. I fatti della rapina alla diligenza occuparono per giorni la prima pagina della Nuova Sardegna con le cronache in diretta scritte da Sebastiano Satta e da Bardilio Delitala, collaboratori del giornale.

L’eco del fatto non si spense subito e ispirò anche il poeta Antonio Dettori che, per l’occasione compose un testo “Cantone sarda : pro s'attacu fattu su 21 de austu 1895 tra su lattitante Pinna Gio Maria de Sedilo e sos carabineris in terretorio tra Orani , Nuoro e Oniferi, chi bi suzzedesit tres mortes e battor feridos tra sos cales su capitanu de sos barracellos de Orani Luisu Pirisi”, stampato dalla Tipografia Vacca-Mameli di Lanusei come foglio volante da vendere nelle fiere paesane.

Alcuni anni dopo successe un fatto quasi analogo, solo che questa volta Orani “conquista” le copertine continentali della Domenica del Corriere e della Tribuna Illustrata. La mattina del 22 ottobre 1901 una banda armata cerca di dare l’assalto alla corriera postale che effettua il servizio dal paese sino alla stazione ferroviaria di Oniferi. Nella vettura viaggiavano anche due carabinieri che risposero al fuoco. Nel corso della sparatoria venne uccisa una donna di 24 anni e uno dei carabinieri mori in seguito alle ferite riportate. I banditi si dileguarono senza riuscire a portare via i valori che si trovavano sulla vettura.

Il postale di cui si parla era una diligenza ed era il mezzo di locomozione allora maggiormente usato per gli spostamenti. Nonostante la scorta, il veicolo si prestava a frequenti assalti di malintenzionati e a lamentele continue per i disservizi che presentava, soprattutto per la consegna della posta; il termine postale è rimasto nella parlata oranese per indicare i pullman di linea e anche per questi, come per le vecchie diligenze, sino a non molti anni fa permanevano i disagi per i passeggeri e, non di rado, le rapine a mano armata.

Concludo riportando uno scritto del 1923 di Mario Berlinguer, avvocato penalista sassarese e uomo politico, dal quale, nonostante la tragicità del fatto in questione, traspare quello spirito e quel sarcasmo che caratterizza, da sempre, gli abitanti di Orani.

Nel 1906 moriva assassinato l’allora sindaco di Bitti Angelo Mossa. Il processo ai presunti responsabili si trascinò per anni e vide coinvolti alcuni oranesi. Mario Berlinguer, sulla rivista L’Eloquenza, racconta il confronto tra i due oranesi Mereu (niente a che vedere col sottoscritto) e Cavada: “… nel clamoroso processo per l’omicidio del sindaco di Bitti un brillantissimo duello dialettico si svolse fra il principale imputato, il sicario Cavada, e uno dei testimoni dell’accusa, Mereu, entrambi nativi di Orani e trapiantati (il P.M. Onofrio Fois, un magistrato di tempra superiore, diceva “perfezionati”) a Bitti. il Mereu deponeva con tranquilla disinvoltura che pochi giorni prima che in una danza carnevalesca nella piazza principale del paese venisse ucciso il sindaco da un uomo camuffato, il Cavada gli aveva proposto di far parte del complotto ordito per l’eccidio, offrendogli mille lire di compenso. Cavada ascolta, poi si drizza sui garretti sottili, si afferra convulsamente alle sbarre della gabbia, pallido, opaco in quel suo viso felino ove rilucevano solo gli occhi vividissimi, e domanda con voce pacata il permesso di chiedere al testimonio notizie sulle sue condizioni economiche ... e sullo stato di servizio del cartellino penale. «Son poverissimo, risponde il Mereu; e dopo una pausa: è vero, sono stato condannato per truffa, per appropriazione indebita, per ricettazione, per frode in commercio» (aveva solcato tutto l’arcipelago del piccolo cabotaggio dei reati contro la proprietà). E allora Cavada avventa la sua obiezione, precisa, formidabile: «Come si può credere che avendo io offerto a questo straccione, a questo criminale già tante volte bollato, mille lire, egli non le abbia accettate?». Ma Mereu è più scaltro di lui; non si scompone, sceglie per rispondere una di quelle battute inattese, umoristiche che danno l’impressione irresistibile della spontaneità, e con l’aria di un commesso viaggiatore che sfoderi il suo campionario, dolente che gli manchi la mercanzia richiesta dal cliente: «Ite cheret, su presidente (che vuole, Signor Presidente) custu de facher mortes no fit articulu meu (alla lettera: questo di commettere omicidi non era articolo mio!). » (Mario Berlinguer, Folklore giudiziario sardo, in L’Eloquenza, Anno XII, 1923 - Pag. 681).

Angelo Mereu

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